Apertura di credito verso le famiglie

La famiglia è parte integrante della Chiesa e anch'essa si assume il compito dell'annuncio del Vangelo.


Andrea Ciucci, Direttore Relazioni Internazionali del Family International Monitor.



Se c’è una cosa che ho potuto sperimentare più e più volte durante gli anni di servizio al Pontificio Consiglio per la Famiglia, questa è l’articolata e sovrabbondante vitalità della pastorale familiare del mondo, rilanciata profondamente dall’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del 1981. E se c’è un tratto di questa vitalità che sempre mi ha particolarmente colpito, questo è il fatto che molte di queste realtà, grandi movimenti internazionali o piccole associazioni locali, sono frequentemente fondate da famiglie e condotte direttamente da loro. Saremo anche in un mondo post familiare, come recita il titolo del Rapporto CISF 2020, ma questo non significa che le famiglie (tante o poche, non è decisivo) siano soprattutto oggi, nella Chiesa e nel mondo, particolarmente attive, propositive, responsabilmente feconde di figli e di opere.


Per me, prete italiano abituato a una forma ecclesiale significativamente segnata dall’impegno, assolutamente lodevole, di molti presbiteri e religiosi, la scoperta della soggettività responsabile delle famiglie nella Chiesa, neanche troppo studiata nel corso degli studi teologici, ha assunto la forma di una certa sorpresa che mi ha confortato (non tutto dipende da me e dalle mie iniziative) e che mi ha chiesto non pochi passi di conversione (non tutto dipende da me e dalle mie iniziative).


In fondo si tratta di prendere atto di quello che il percorso dei rapporti CISF ha evidenziato lungo i molti anni di pubblicazione: le famiglie sono il genoma della società. In esse, grazie al fecondo intreccio tra generi e generazioni nasce l’individuo e la sua strutturazione sociale fondamentale, si sperimenta quella cura che ci apre al mondo con un senso di fiducia fondamentale. Anche i pilastri della fede (l’amore che dona e genera vita, la paternità, la maternità, la fraternità) si imparano nella consuetudine dei giorni familiari.


Tale presa d’atto, aiutato non poco da uno sguardo sulle diverse realtà del mondo, impone un passaggio ecclesiologico fondamentale che può significativamente sostenere una fruttuosa pastorale familiare: Chiesa e famiglia non sono due soggetti distinti (dove spesso il primo deve occuparsi del secondo e delle sue mancanze): le famiglie sono parte integrante della Chiesa e assumono, nello specifico della loro vocazione, il compito dell’annuncio del Vangelo. È illuminante a questo proposito il n. 290 di Amoris Laetitia dove Papa Francesco scrive: “La famiglia si costituisce così come soggetto dell’azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza: la solidarietà verso i poveri, l’apertura alla diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie soprattutto verso le più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive, praticando le opere di misericordia corporale e spirituale”. Tutto ciò accade spesso fuori dai locali della parrocchia o del ritrovo associativo, secondo ritmi e linguaggi diversi da quelli pastorali cui comunemente siamo abituati. Una coraggiosa apertura di credito verso le famiglie e un doveroso riconoscimento del bene da loro compiuto sono due passaggi fondamentali di una pastorale familiare feconda ed evangelica, capace non solo di sostenere le famiglie della comunità cristiana, ma anche di restituire un volto familiare alla Chiesa stessa.


Proprio il riconoscimento della forza generatrice dell’esperienza familiare impone poi un significativo cambio di rotta riguardo al modo in cui tale questione viene oggi istruita. Da diversi anni, di fronte al mutamento culturale che sta segnando la nostra società, corriamo il rischio di cedere alla tentazione di riferirci continuamente al passato e alle sue forme progressivamente assolutizzate. Forse è necessario riguadagnare uno sguardo un po’ più obiettivo. Basterebbe un piccolo esercizio di memoria, ad esempio, per ricordare che in Italia, fino all’inizio del XX secolo, non poche donne, soprattutto provenienti da ambienti rurali, sposavano un uomo scelto dalla famiglia e appena conosciuto: capitava, con gli anni, che alcune di loro addirittura si innamorassero del loro marito. Oppure basterebbe vedere alcuni film (come non citare il grande affresco familiare filmato da Olmi ne L’albero degli zoccoli) per non dimenticare che spesso, nel passato, vigeva un modello patriarcale in cui le famiglie dormivano insieme sotto lo stesso tetto, mangiavano alla stessa tavola e pregavano tutte insieme il rosario la sera.

L’assunzione di un certo realismo e del dinamismo storico che lo connota è farmaco potente per una pastorale troppo spesso bloccata da una narrazione lamentosa tanto tragica quanto, alla fine, sterile. Il problema non è se viviamo o meno in un mondo post-familiare o come possiamo difendere la famiglia tradizionale, ma se siamo capaci (come società e come Chiesa) di ridire il senso del genoma familiare nella cultura contemporanea e di consegnarne il compito alle giovani generazioni, particolarmente segnate dall’esperienza della tecnologia che il rapporto CISF ben mette in luce. Come lo fanno le famiglie cristiane? Come la comunità tutta, nelle sue diverse articolazioni e responsabilità, le sostiene e ne integra il servizio?


Decisivo, a questo punto, è imparare l’uso del plurale, ovvero riconoscere che, come dice bene Donati (350), le forme storiche cambiano e l’intangibile codice familiare (il doppio intreccio generi e generazioni già ricordato) è capace di generare (appunto!) storie e forme anche diverse. In questo senso la pastorale familiare va configurata non solo come semplice indicazione di un ideale cui tendere (la famiglia) mediante i doni di grazia, ma come accompagnamento che continuamente abilita al discernimento, ovvero a quella attitudine spirituale che permette alle famiglie, colte nella concretezza dei loro giorni e delle loro relazioni, di riconoscere la volontà di Dio per loro.


In quest’ottica, la modernità e la cultura contemporanea da essa generata, possono non necessariamente costituire un nemico mortale per l’azione pastorale delle comunità cristiane, anzi… particolarmente feconde sono quelle realtà pastorali che non hanno paura di mettere al centro anzitutto le famiglie, i loro vissuti, i loro punti di forza, i loro limiti, i loro desideri, anche i peccati dei loro componenti. Questo approccio, tipico appunto della modernità che sempre riparte dall’uomo, crea la condizione perché l’annuncio evangelico risuoni davvero come Buona Notizia dell’esistenza e non come un ideale astratto. È, in fondo, il movimento offerto da Papa Francesco nel capitolo III di Amoris Laetitia il cui titolo è clamorosamente moderno: l’impianto biblico e teologico sulla famiglia viene riletto alla luce della realtà concreta delle famiglie (capitolo II) chiamate, così come sono, a tenere “lo sguardo rivolto a Gesù”.


Tale ripartenza dal soggetto umano storicamente connotato e in perenne ricerca del senso delle sue relazioni permette, infine, di guardare in modo non esclusivamente preoccupato la domanda crescente di un riconoscimento di tipo familiare per altre forme di affetti interpersonali. L’uso metaforico dell’idea di famiglia (Donati, 30) mostra, certo in modo problematico e provocante, quanto tale struttura sociale fondamentale sia ancora capace di interpretare il desiderio di amore di ogni persona e il compito generativo connesso. Un buon punto di partenza per cercare insieme la verità di ogni esistenza.


(Da Vita Pastorale)