Intergeneratività nella Repubblica del Benin: memoria e speranza

Dr. Brice Ouinsou, Professore di Antropologia Teologica, Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, Cotonou-Benin



Qual è il metro di misura dei rapporti intergenerazionali in Benin? Non sta solo nel ricordo dell'ospitalità e delle sfide familiari, ma anche nella forza della speranza che assume il passato e prepara il futuro delle generazioni. Ex Dahomey, regno dell'Africa occidentale francese, indipendente nel 1960, divenuto Repubblica del Benin il 1° marzo 1990, il Paese è costituito secondo il motto: Fraternità--Giustizia-Lavoro. Secondo il censimento del 2013, le persone dai 65 anni in su costituiscono il 4,4% di una popolazione totale di 10.008.749 abitanti. In un contesto dall’età media relativamente giovane, l'esperienza dei valori che genera l'essere umano assume un significato specifico a seconda che si viva in un'area rurale o urbana. Al di là delle questioni di età, categorie e individui, il rapporto intergenerazionale in Benin può essere riassunto in due parole: memoria e speranza. Lo presentiamo nell'orizzonte di avvenimento sociale e di evento storico.


Avvenimento sociale

Anche se le stesse espressioni sembrano trovarsi in altri contesti, l'individuo beninese si apre all'universale sulla base del principio di ospitalità storica caratteristico del corpus legislativo e giuridico dei Re del Dahomey. L'articolo 3 delle 41 leggi del fondatore del regno del Dahomey, Houégbadja (1645-1685), recita ad esempio: "Nessun suddito del mio regno rifiuterà l'ospitalità agli stranieri". Questa prova di apertura, a volte cruenta, giustifica il senso di ospitalità e la convivenza nei secoli non solo all'interno dei gruppi etnici, ma anche al di fuori delle rappresentazioni sociali. Le generazioni si intrecciano in una complessa rete di apertura e resistenza, migrazione e immigrazione, alleanze e parentele multilaterali, come testimonia la congiuntura del potere reale, familiare e coloniale. La degenerazione più dolorosa di questo ampio movimento non è solo la schiavitù, ma anche i toni foschi di una storia deturpata dall'odio, dallo spargimento di sangue e dalla resistenza.

La più toccante testimonianza rimane quella della memoria di re Behanzin, che si opponeva furiosamente alla colonizzazione, denunciato dal suo stesso fratello che gli successe al trono reale su richiesta dei coloni. Nonostante la sua resistenza, Béhanzin fu spodestato. Mosso dalla sacra tradizione della negoziazione e della pace, si recò a trattare con il generale Dodds. Ma fu deportato in Martinica. Béhanzin morì nel 1906, senza aver mai negoziato con il re di Francia.

Questo evento rappresenta il declino di generazioni di potere reale. Il potere coloniale fissa la soglia della sua amministrazione nel settore pubblico. Ma all’interno delle famiglie e dei villaggi rimane vigente l’organizzazione reale precostituita. La cultura coloniale si stabilisce allo stesso ritmo dei diritti del cittadino. C’è una fase intergenerazionale: contemporaneamente indigena e cittadina. Nella stessa colonia sono in conflitto due famiglie di generazioni: la trasmissione reale e la trasmissione "civile".

Sullo sfondo di questo fenomeno ci sono i tentativi missionari che cominciano dal 18 aprile 1861. Le Missioni cattoliche, fondate ufficialmente nel 1901, portano una nuova misura dei rapporti tra nativi e cittadini. Con questa forza generatrice si viene a formare una nuova civilizzazione. Si costituisce una nuova generazione che sceglie di considerare il lignaggio degli indigeni. I missionari vanno dalle famiglie. Il principio dell'ospitalità trova un nuovo terreno. Una linea di amicizia tesse una nuova generazione. Si pensi agli incontri tra i Padri della Società delle Missioni Africane e i capi tradizionali, sanciti dall'istituzione di centri di catechesi, di centri per la formazione delle ragazze e di chiese, tra cui il seminario di Ouidah inaugurato il 17 febbraio 1914. L'avvento del sociale diventa un evento storico in un contesto di collaudata amicizia intergenerazionale.


Evento intergenerazionale

Se la società e la politica del Dahomey si costituiscono sotto il segno dell'apertura e della resistenza, le generazioni si costituiscono sotto il segno della speranza. Le amicizie tra il potere reale e i Padri delle Missioni generano una nuova visione che riunisce più livelli in uno stesso soggetto: la famiglia, il reale, il coloniale, il sacro ancestrale e il sacro delle religioni dell'Islam e del Cristianesimo. Tutti i domini interagiscono nello stesso soggetto culturale. Nel 1960 è arrivata la fase dell'indipendenza. Tuttavia, la struttura coloniale rimane nelle mentalità. Da un lato, le scuole laiche e i centri d'istruzione post-coloniali seguono il ritmo dei secoli dell'Illuminismo secondo il progetto educativo di Jean-Jacques Rousseau. D'altra parte, i conventi e i centri di iniziazione abituali sono in sintonia con il ritmo dei valori endogeni con i loro radicati caposaldi tradizionali. Questi due poli di interazione incontrano un terzo polo: quello delle Missioni cattoliche.

La generazione missionaria si apre alle unità di coscienza, alle attività e alle organizzazioni locali: le famiglie reali, le tribù, i clan, i lignaggi e le caste. I punti di riferimento storici di una tale inter-generatività sono complessi. L'amicizia missionaria incontra il potere reale. Le vocazioni sorgono e vengono intese sia come segni di amicizia e di gratitudine, ma anche di sacrificio e di donazione dei figli del Dahomey ai Padri delle Missioni. Il progetto educativo dei Padri della Società delle Missioni Africane (SMA) fu da allora orientato alla formazione di un clero locale. La celebrazione delle prime ordinazioni segna un nuovo ritmo di generazioni aperte alla trasmissione del Vangelo. L'educazione umana dei Padri ha plasmato giovani che sono diventati anche Padri come Thomas Moulero, 1° sacerdote del Dahomey e Bernardin Gantin, 1° Arcivescovo Metropolita dell'Africa Occidentale, al quale Giovanni Paolo II ha conferito il titolo eccezionale di Decano emerito del Collegio Cardinalizio nel 2002.

L'evento del Concilio Vaticano II ha permesso a Mons. Gantin di annunciare la novità intergenerazionale nella continuità della Missione dei Padri SMA e nella creatività di nuove strutture di evangelizzazione come la ristrutturazione della vita consacrata, da cui la particolarità della fondazione delle Suore di Sant'Agostino e delle Suore Oblate Piccole Ancelle dei Poveri, al servizio dello sviluppo armonioso degli uomini e delle donne in Benin. La pastorale di cooperazione e la coscienza professionale del vescovo Gantin ha esteso la misura dell'amicizia delle Missioni cattoliche alla soglia politica e sociale. Nel 1972 la politica del Dahomey è passata al marxismo-leninismo. Il Paese ne è uscito grazie alla Conferenza delle Forze vive della Nazione nel 1990 sotto l'egida di un uomo di Chiesa, Isidore de Souza. L'evento intergenerazionale è stato arricchito dalla visita dei papi Giovanni Paolo II nel 1982 e nel 1993 e di papa Benedetto XVI nel 2002, che hanno confermato la misura dell'amicizia africana nella visione di una generazione di relazioni tra fede e cultura.

Oggi, Barthélémy Adoukonou, esploratore e interprete sistematico dell'evento, colloca l'intergeneratività in Benin nella dinamica dell'incontro non solo tra generazioni ma anche e soprattutto tra identità culturali, giuridiche e politiche nella prospettiva del trasmissibile: la cultura. Secondo la sua disamina, si tratta di un percorso di dialogo a tre livelli: Dio; la parola originale nella storia delle famiglie; e le norme che regolano l'esistenza degli individui. I tre livelli dell'evento intergenerazionale sono trattati presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II sulla base della Teologia del Corpo, della Dottrina sociale della Chiesa e della corretta pratica del controllo delle nascite.

In breve, la misura dell'intergeneratività in Benin si manifesta nella collaborazione tra generazioni e strutture sociali. Lo si può vedere nella gestione del rapporto tra memoria e speranza attraverso gli eventi del tempo e dello spazio. La ricerca sulla scoperta e la gestione co-istituzionale e qualitativa di tale rapporto dal punto di vista delle comunità coniugali, degli individui e delle famiglie è il motore del funzionamento socio-politico, economico e religioso della nazione. La promiscuità richiede una misura di discernimento che pone una vera sfida: quella della formazione dell'uomo e della donna giusti nella paternità e nella maternità responsabile. Si tratta infatti di restituire a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. In questo spirito, la sfida della salute si sta oggi rivelando inevitabile di fronte alla crisi di Covid-19.


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